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Nel 500 A.C. quattro tribù  gli alfellani, gli atrani, i larinates e i deculani occuparono le terre nei pressi del fiume Calore, una di queste, gli atrani, decise di insediarsi alla destra del fiume, la località attualmente è identificata con il nome di C/da Cerrete, dove oggi sorgono le torri. Le quattro tribù fondamentalmente erano i primi irpini della storia (nella lingua di allora, l’osco, hirpus significava Lupo. Un animale bellissimo, che tuttora è presente sui monti circostanti), erano legati tra essi come testimoniano i reperti di diverse monete che raffigurano la loro unione e la loro fratellanza. Nei pressi della località Pariti decisero di edificare una postazione fortificata e costruirono delle torri in legno che fungevano da avvistamento e da rifugio. In quel periodo il popolo romano cominciava la conquista dei territori confinanti  e nell’arco di 200 anni, con tre sanguinosissime guerre, riuscì a dominare gli irpini ed i sanniti. Qualche anno prima della resa ufficiale (88A.C.) i pochi sopravvissuti, oramai prossimi all’inevitabile sconfitta, vista la differenza sostanziale delle forze contrapposte, si ritrovarono accanto ai resti delle 2 torri in legno. Erano in tre e con loro vi era un ragazzo di 8 anni, l’unico della tribù degli atrani sopravvissuto alla barbarie. Avevano visto morire i loro figli, i genitori, gli amici più cari li avevano salutati per sempre e stavano dicendo addio alle loro terre, alla loro libertà. Mentre dividevano una coscia di cinghiale si girarono verso la montagna con la croce (oggi chiamata Piscacco), l’ululato di un lupo attirò la loro attenzione e poco dopo, fiero e impavido, incrociò i loro occhi e la carne che avevano tra le mani. Consumato il pasto, con la terra stavano coprendo la legna rimasta accesa e col cuore in gola videro il lupo accovacciarsi a pochi metri dal ragazzo, che si era allontanato per fare la pipì. Istintivamente uno dei tre gli lanciò gli avanzi del cinghiale e, tremanti e sorpresi, osservarono il canide che prese l’osso e andò via. Il lupo si avviò in un sentiero e spari alla loro vista. Aspettarono che si calmassero i battiti e si misero in cerchio, si abbracciarono e sapevano che non si sarebbero più incontrati. Prima di salutarsi si sporcarono le mani di creta, le appoggiarono l’ una sull’altra e tutte e quattro su di una grande pietra. Fecero una promessa. La vittoria dei romani era solo una formalità. Mancavano 99 anni alla nascita di Cristo.



Un pomeriggio del 1983, poco dopo pranzo, stavo tirando il pallone contro la cancellata della scuola di fronte alla stazione di Avellino e mia madre, venendomi incontro, mi chiede di andare con lei a Montella (suo paese d’ origine). I miei genitori non avevano l’auto e il treno che avremmo preso, lento come una lumaca, ci avrebbe fatti ritornare nella tarda sera, considerando che mancavano pochi minuti e qualcuno degli abitanti dei prefabbricati post- terremoto, situati a 20 metri dalla scuola, mi avrebbe detto di smetterla con quel chiasso e di andare a casa (il prefabbricato),avevo così accettato l’ invito. Mi scocciava un po’ andare dal nonno, che stava poco bene, ma ero sicuro che non avrei fatto in tempo a prendere lo zaino per fare i compiti, il treno era già sul binario pronto a partire e nonostante non avessi il pallone tra i piedi ero felicissimo: non avrei studiato. Dopo un’ ora e mezzo per fare 30 km scendiamo dal treno e ci aspetta un km a piedi per raggiungere la casa dei nonni (anche loro nel prefabbricato). Stavo per chiedere come mai non fossero venuti il papà, mia sorella e i miei fratelli ma non lo feci, in quell’attimo incrociai l’orologio di mamma ed erano le 4 ,mi augurai che la visita non fosse troppo veloce, rischiavo di arrivare a casa troppo presto, con i libri sul tavolo ad aspettarmi. Varcammo la porta e l’odore che sentivo, come sempre,era così forte che dopo diversi giorni dopo me lo sentivo ancora addosso. Pensavo fosse il modo differente di cucinare da quello a cui ero abituato ma la stufa sempre accesa,diceva la nonna senza convincermi, confondeva il mio olfatto. Dopo i troppi baci che si era costretti a dare andammo dal nonno e per la prima volta lo vidi a letto anzi, era la prima volta che me lo ricordavo a casa. A nonno piaceva stare per conto proprio,preferiva i suoi terreni da coltivare al bar e alle passeggiate in piazza. Non ho mai capito se li avesse ereditati o li avesse comprati,non era gente che parlava di queste cose, una sola era la certezza, quando chiedevi  del nonnino la risposta non cambiava mai:è sui monti. Alessandro Gambone detto“Lisandro” era proprietario di due terreni, uno alla località C/da Cerrete e l’altro alla località Pariti, dove aveva costruito, rispettivamente, una casetta e un rifugio, entrambi in legno. Quando mi avvicinai per baciarlo,eri costretto a farlo con tutti figurati con l’ammalato, lui mi fermò. Con il nonno, a differenza dei suoi altri nipoti più grandi che lo aiutavano  in qualche lavoretto in montagna, io non avevo troppa confidenza e quel gesto che fece mi sorprese. Mamma venne chiamata ed uscì dalla stanza per bere l’ennesimo caffé che si prepara al nuovo arrivato e nonno mi prese la mano, me la mise nel cassetto del comodino e mi fece prendere una chiave. Ero un po’ confuso, istintivamente lasciai cadere la chiave sul letto. Quando la figlia tornò, con voce stanca ma decisa, le chiese:”Assù tuo figlio quanti anni ha?”, lei gli rispose che già lo aveva chiesto la mattina al telefono e avevo sempre 8 anni. Un attimo dopo, con l’indice rivolto alla mia faccia mi chiese se fossi nato nel 75, risposi sì, 1975. Arrivammo alla stazione di Avellino alle nove e dieci, troppo tardi per studiare. Chiesi alla mamma, prima di arrivare a casa, se poteva prepararmi delle patate fritte, come al solito, rispose di si. Davanti al bar c’era il solito gatto che osservava incuriosito il via vai da dietro la vetrina, gli feci un tips sull’orecchio appuntito, era talmente abituato al mio dito che nemmeno si voltò. Girammo l’angolo e mamma mi disse che il nonno, a differenza della tesi del medico, stava molto male. La luce di un lampione luccicò nei suoi occhi, erano colmi di lacrime. Il suo papà morì il giorno dopo.                           



Avevo da poco acquistato l’auto e i miei genitori mi chiesero se volevo accompagnarli a Montella. Avevano una certa età e nonostante fossero passati 16 anni il nostro treno era sempre una lumaca. Andammo al cimitero a salutare qualche zia e qualche altro parente. Le distanze erano notevoli e la strada era bagnata, dovetti accompagnarli in tutti i posti e sottostare ai soliti rituali: caffé, baci e "come stai". Solo al caffé potevi rispondere no grazie non lo bevo ma per il resto non c’era scampo. Mamma percepiva che, come da bambino, mi scocciavo e mi chiese se volevo andare a vedere dove stava il nonno e le risposi che al cimitero c’eravamo stati poco prima. Mi disse di prendere le chiavi (già infilate nel cruscotto) e mi avrebbe accompagnato dove nonno stava, da vivo. Papà rimase a casa con zio Michele, aveva troppi acciacchi e quel pomeriggio si era stancato molto, dove saremmo andati c’era da camminare perchè la strada non raggiungeva la proprietà (il nonno non aveva di questi problemi, ci andava col mulo). Dopo pochi minuti arrivammo a destinazione. Come poggiai i piedi a terra sembrava che qualcosa avesse afferrato i talloni, mamma si mise a ridere e mi disse che aveva piovuto. Anch’io ridendo,le risposi che avevo azionato i tergicristalli e mi ero reso conto cha aveva piovuto. Lei abbandonò il sorriso e poggiò la mano accanto ai suoi piedi, se la sporcò di terra e prima di pulirsela su un grande masso mi disse:”Questa è creta”. Passarono pochi giorni e ci ritrovammo tutti insieme, fratelli e sorella, dai nostri cari, in graditissima compagnia anche di Serena, la nipotina di 5 anni. Parlavo con papà di quel terreno del nonno, gli chiesi se lui ci fosse mai stato e se fosse mai rimasto la notte. Mi raccontò diversi aneddoti e concluse dicendo che la nonna (morta 2 anni prima) aveva diviso le proprietà e alla figlia Assunta aveva lasciato una delle parti più povere dell’eredità: proprio il terreno dove nonno coltivava. Era valutato allora circa 3 milioni di lire gli attuali 1500 euro. Domandai ai miei fratelli se erano interessati, loro risposero che lì era tutto rovi e fango. Mia madre si alzò dal tavolo e a voce bassa disse:”Io lo sapevo”. Era il 1999



Caro Dottore mi hai chiesto una leggenda adesso sai per me quanto era difficile inventare. La prima volta che ci conoscemmo fu quando mio fratello Angelo e mia sorella Annamaria ti fecero vedere le torri e tu mi chiamasti ”l’ultimo dei normanni”. Alle tue parole mi vennero i brividi... il vento era forte  ed io capii ”l’ ultimo dei romani”.